Vinitaly: il punto su 50 anni di vino italiano

di Salvatore Longo

aSono trascorsi circa cinquant’anni da quando nelle affascinanti sale del palazzo della Gran Guardia nel cuore storico di Verona si sono svolte le Giornate del vino italiano: primo evento dedicato al vino in un’ottica diversa dalle tradizionali mostre-mercato. Tema della manifestazione era la neonata legge sulle denominazioni dei vini: il fatto che il primo intervento legislativo finalizzato alla qualità del vino italiano sia del 1963 indica con chiarezza l’abisso che separava la nostra vitivinicoltura da quella di altre nazioni come la Francia che a tale traguardo erano giunti decenni e decenni prima.

D’altronde in quegli anni caratterizzati da un consumo medio pro-capite elevato (circa il doppio di quello attuale) mancava una diffusa cultura del vino e la produzione tendeva a macinare primati quantitativi, peraltro in linea con una società in cui il vino per un’ampia fascia della popolazione rappresentava un alimento di primaria importanza.

L’idea delle Giornate era stata di Angelo Betti (geniale Segretario Generale della Fiera di Verona e uomo dalle grandi intuizioni): certamente quando le ha realizzate (1967) per quanto ‘visionario’ non ha immaginato che la sua creatura sarebbe divenuta “vettore e simbolo della qualità vitivinicola italiana apprezzata nel mondo” come ha dichiarato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella inaugurando la 50ª edizione di Vinitaly.

aTra le più importanti novità del 2016 è da segnalare la decisione - risultata molto gradita sia agli operatori sia agli espositori - di separare l’aspetto professionale dal wine festival (Vinitaly & the City) che per quattro giorni ha invaso i luoghi più suggestivi di Verona unendo, per la gioia di appassionati e curiosi: vino, cibo, cultura e musica.Il bilancio di Vinitaly in questo primo cinquantennioè molto positivo, non solo per essere divenuto a livello mondiale il più ampio (oltre 100.000 mq netti espositivi) e importante Salone del settore, ma soprattutto per essere il cuore di un articolato sistema, attivo tutto l’anno, fondamentale per far conoscere il vino italiano: basti pensare al ruolo di Vinitaly International Accademy la cui finalità è formare esperti in grado di essere ambasciatori e divulgatori del nostro vino nei cinque continenti.I dati finali dell’edizione 2016 sono impressionanti: 4.100 espositori provenienti da 30 Paesi e circa 130.000 operatori di cui 50.000 esteri da 140 Nazioni.a

Rilevante è stata la presenza di ben 28.000 buyer provenienti da tutti i mercati internazionali con uno spettacolare incremento di +23% sul 2015, risultato eccezionale certamente dovuto anche all’ottimo lavoro svolto da Vinitaly con il padiglione Vino - A Taste of Italy organizzato nell’ambito Expo 2015 (oggettivamente tra i più belli della manifestazione e il più interessante e funzionale della presenza italiana) e il primo dedicato al vino in un’Esposizione Universale.Altra novità è stata l’esordio di Table&Co - Il design a tavola, area dedicata all’horeca e al relativo contract, in cui sono state proposte ambientazioni di tavole imbandite ‘traducendo’ le differenti relazioni tra i commensali determinate dalle diverse forme dei tavoli.a

La completezza espositiva non poteva che dare uno spazio sempre più ampio alle nuove tendenze produttive e ideologiche, che acquisiscono ‘proseliti’ sempre più numerosi: il pad. 8 ha ospitato Vinitalybio (con un’enoteca di tutti i vini biologici presenti in fiera e occorre dire che ormai molti sono ottimi), Vivit e una collettiva di oltre 100 aziende della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) i cui prodotti sono caratterizzati da una particolare filosofia.

Di grande valenza etica l’iniziativa Vino&Paesaggio che - organizzata dall’associazione Le Donne della Vite - si è occupata della percezione della necessità di tutelare il paesaggio italiano di cui peraltro i vigneti rappresentano una caratteristica fondamentale.

In questi primi cinquant’anni di vita Vinitaly ha scandito con la sua straordinaria crescita quella incredibile dell’enologia italiana, che ha saputo eguagliare e spesso superare i vini francesi per secoli, esempio di qualità e raffinatezza. È merito indubbio del Vinitaly aver fatto conoscere e diffondere una ‘cultura del vino’ prima assente o appannaggio di poche e ristrette élite. Il benessere diffusosi in quegli anni nel Paese ha restituito al vino la valenza edonistica che più gli è consona. aQuesta nuova dimensione - basata sulla qualità e su caratteri come armonia, morbidezza e aromi - ha conquistato il mondo femminile che spesso ha saputo intuire con immediatezza le nuove tendenze creando, grazie anche all’innata sensibilità per il bello e il raffinato, vini eccezionali per equilibrio e bouquet, senza tradire i vitigni, ma interpretandoli in modo ‘moderno’.Gusto & Stile organizzato da Le donne del Vino ne è stato dimostrazione affascinante. Tale degustazione - brillantemente introdotta da Stevie Kim (Managing Director di Vinitaly International) - è stata anche occasione di un confronto con vini di produttrici tedesche (Andrea Wirsching) e spagnole (Xandra Falcò) e ha esaltato i presenti con 12 vini (6 bianchi, 5 rossi e 1 dolce) di altissimo valore: occorre dire che quelli italiani (Allegrini, Bologna, Masciarelli, Planeta e Walch) non hanno avuto rivali mostrando come l’altissima qualità sia omogeneamente presente dal Nord al Sud. Impareggiabili due vini del 2005: il Monovarietale Corvina La Poja di Allegrini e il Gewürztraminer Kastelaz di Elena Walch, ‘prova vivente’ che i grandi bianchi ben strutturati conservano bouquet e freschezza anche dopo dieci anni, acquisendo inoltre - come gli uomini - le qualità dell’età.

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